TAZEBAO TORINO

Perché un imbianchino è meglio di Le Corbusier

Una frase semplice, all’apparenza, grazie a cui mi si è aperto un mondo benché mi ci siano voluti circa 6.300 passi per comprenderla appieno. E senza nemmeno il conforto di una musica. Un concetto che, ora, nella sua collocazione originale (Magic Shop, Franco Battiato – L’era del cinghiale bianco, Emi, 1981) richiederebbe all’ascoltatore più di qualche secondo per ricordare chi fosse Le Corbusier, facendolo faticare meno nell’immaginare un imbianchino all’opera. Oggi, forse, faciliterebbe le cose abbinarla al concetto espresso dalla locuzione “Il mio falegname con 30mila lire la faceva meglio” che, giusto qualche anno fa, ha avuto parecchia gloria al cinema e, attualmente, continua a rimbalzare sui social, benché fosse già inattuale quando avevo vent’anni e mai mi sarei aspettato che, quella pellicola, finisse per diventare un classico ad honorem. Quanto al manovale e l’architetto, invece, mi viene da pensare a un frainteso concetto di umiltà di cui ho avuto un’epifania inciampando nel festival di fotografia Exposed. Che avrebbe dovuto creare l’effetto di un museo diffuso che mostrasse l’enorme potenziale dell’ottava arte nel raccontare – presumo – l’essere umano in qualche sua forma. Finendo per metterci e “mettersi a nudo”, secondo la poco velleitaria intenzione dei curatori, come una mutanda cacata in una vetrina vuota.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Torna in alto