Metti seduti, da una parte, una studiosa umanista sul pezzo almeno quanto un Lorenzo Valla, coi modi spicci e incazzati di chi, però, non sembra così entusiasta d’essere caduta sulla terra nell’era del più cinico transumanesimo. Dall’altra un ottantenne con la freschezza di pensiero di suo nipote e dalla logorrea piacevole, nonostante l’urbanità borghese del chierico sabaudo. Fallo con l’occasione della Biennale Tecnologia per un incontro dal titolo perentorio come uno slogan. Lascia che dialoghino un’oretta e avrai una buona risposta se ti domandi quanto sia vero che “La libertà di espressione non è un’opinione”. Ma anche al “che fare?” in questi anni, più che complessi, un po’ di merda.

Senza streaming
Dato che tu, ormai, non puoi più, ti confiderò quanto è capitato, qualche giorno fa, ad un pubblico che sarebbe stato anche maggiore dell’imprevisto, se qualche genio non l’avesse convocato nel tardo pomeriggio di un assolato venerdì di primavera, buono per pensionati e nullafacenti come me, in quel buco di culo da ricchi baciapile che è il meraviglioso Oratorio della Chiesa di San Filippo Neri di Torino. Segnalato da Tripadvisor e così da barocco somigliare a un settecentesco paradiso degli stronzi. Ovviamente l’appuntamento di Biennale Tecnologia non prevede alcuno streaming così da rendere più eccitante la corsa alla seggiola o alle panche d’un orda di vecchi, qualche aspirante al cimitero e davvero pochi in età da procreare. Un evento tanto esclusivo al punto da sembrare combinato a cazzo di cane, affinché nessuno dimenticasse di essere, comunque, all’ombra della Mole Antonelliana nel caso in cui non fosse bastata la senescente fierezza di Gustavo Zagrebelsky.
Come esimersi, infatti, dal non citare lo sponsor “La Stampa” col suo paraculo soprannome dialettale? E perché, poi, non attaccare amche una bella filippica contro i prezzemolati voltagabbana del dibattito pubblico prima di confrontarsi – dio volendo – con Serena Mazzini #Also(un)known@serenadoe?
Da buon cavaliere o magari, chissà, proprio per non apparire patriarcale ed ego-riferito, prende la parola per primo il professore. Con umiltà, ça va sans dire.

«Qual era la domanda?»
Introdotto dalla moderatrice come anche opinionista, fonte Wikipedia (sic) sfodera il suo migliore sorriso stizzito. Non tanto per mascherare il fatto d’essersi completamente battuto il cazzo della domanda, lasciando qualcuno dell’uditorio nel dubbio che l’avesse davvero compresa, ma per non essere citato come avrebbe gradito.
«Gli opinionisti sono una categoria contemporanea» attacca il vecchio di cui, forse, avrete visto il sosia dentro qualche televisione. Magari non tutti i sabati sera ma solo qualche volta, così, per caso. «Voi vi immaginate di poter definire Socrate o Platone, due che pure hanno un’importanza come due opinionisti? No, erano persone serie».

Sempre con l’aria da missionato francescano pare, poi, spiegarsi. Se non meglio almeno a se stesso. «Nel senso che avevano dedicato la propria esistenza alla ricerca di quello che possiamo chiamare tra di noi con la lettera minuscola, la verità delle cose. Cioè costoro parlavano perché si erano impegnati a studiare quello di cui parlavano». Sospiro di sollievo, sorrisi da circostronzi e applauso, prego: non è completamente bollito. Recuperato il baricentro intellettuale tocca a lui, infatti, aprire un primo squarcio di luce sull’intelligenza umana o artificiale: «Allora, qual era la domanda?».
Tifiamo rivolta
Perso il primo quarto d’ora nel boudoir di una personalità assai riservata, indovina chi ha continuato a parlare? «Una volta dovevamo preoccuparci della libertà di espressione all’interno dello Stato. Quindi, tu avevi la possibilità di parlare o meno a seconda di determinate leggi ed era, comunque, un’istituzione che limitava o meno questa libertà di parola e di espressione. Adesso il problema è che libertà di espressione è qualitativamente e quantitativamente cambiata: perché, tendenzialmente grazie alle piattaforme e grazie a internet, c’è stato promesso che ognuno di noi avrebbe avuto la possibilità di esprimersi e condividere con gli altri le opinioni». Promessa non certo disillusa. Anzi.

Eat the reach
Per fortuna, a riportarci all’attuale è Mazzini, secondo la quale il problema sta nel fatto di non esserci accorti di quanto gli esseri umani siano talmente abili «da aver colonizzato anche lo spazio cognitivo digitale» per cui «la libertà di espressione, adesso, viene in un certo senso sottoposta a delle regole invisibili: che sono fondamentalmente delle regole politiche. Gli algoritmi qualcuno li ha scritti…»

«C’è questa regola che governa ad esempio X, da quando Musk ha acquistato Twitter, che libertà di parola non di “reach”> prosegue Mazzini chiarendo quale sia la “catena” che ci tiene in schiavitù, se non in una sempiterna ricerca dopaminergica d’attenzione. Alimentare il capitale, illudendoci di possedere gli strumenti di produzione a scapito delle proprie opinioni, il più delle volte. Se non sempre e, comunque, costretti dall’invisibile e concreta associazione a delinquere messa in azione tra l’algoritmo e la programmazione materiale, l’apprendimento di una qualsiasi macchina che, quasi romanticamente, ci ostiniamo a definire con parole dolci anziché di veleno: l’intelligenza artificiale.
Battere un click
Serena Mazzini è una studiosa d’eccellenza, una fuoriclasse. E se a svelarlo sono libri e seminari, lo confermano le sue mani sporche della spazzatura digitale in cui rovista fino alla mania parossistica. Regalandoci, però, degli anticorpi preziosi in un’epoca in cui nessuno offre mai un cazzo. Tanto meno l’intelligenza aggratìs. Figuriamoci l’informazione che, vista l’occasione, non s’è certo turata il naso davanti alla merda ma ci si è tuffata dentro con un triplo carpiato, complici anche le regole – scritte e non – che ne dovrebbero regolare la vigilanza. E tutto per non pochi click.

«Il giornalismo ha delle regole che i social non hanno» chiosa Mazzini proponendo svelando quella verità che in Italia continua a essere più gradevole sotto le menzognere spoglie d’un segreto di Pulcinella. «Ma i giornali hanno seguito questo tentativo di visibilità, di viralità. Tutti i quotidiani nazionali». Lasciando l’ingrato compito di proseguire all’interlocutore, scopriamo che dietro ci stanno non solo i soldi, l’avidità e il profitto ma anche l’uomo come tiene a puntualizzare Zagrebelsky, per cui sarebbe meglio tornare a riflettere e farsi venire delle idee dopo che, per troppo, l’intellighenzia ha preferito poltrire nell’indifferenza. Convinti, un po’ come fu per il fascismo, che come è venuto se ne andrà, salvo poi abbaiare alla luna

Abbasso Canetti! W Petrov!
Gustavo, allora, sfodera un raro e misconosciuto brano dai taccuini di Elias Canetti, fresco come uno stoccafisso dal 1943, ma anche un aneddoto per meglio chiarire come dietro la macchina ci sia l’uomo con l’ovvio cucuzzaro parassitari interessi: economici, politici e materiali che hanno portato noi ad essere servi della conoscenza anziché portarla a nostro servizio, aggiungendo guerra a guerra fino a sterminare interi popoli con l’algoritmo. Ma la storielletta è più gustosa di Gustavo che si perde in Canetti. Ed è quella, citata quasi senza far nome e cognome del compagno Stanislav Petrov che, il 26 settembre 1983, vedendo suonare l’allarme per un fantomatico ma imminente attacco atomico, preferì dar seguito al suo dubbio di essere umano e, anziché seguire come un automa i protocolli operativi sovietici, sventò l’innesco di un conflitto termonucleare totale dopo aver identificato un “falso positivo”, attribuibile a un’anomalia tecnica causata dal riflesso solare su formazioni nuvolose d’alta quota.

Oggi l’avremmo in culo
A confermare il peggio ci pensa Mazzini che di fatto chiarisce come, al giorno d’oggi e al posto del fantasma del compagno Petrov c’è una macchina. Perché no, programmata anche per fare errori. Fa parte della sua strategia di assedio cognitivo. Che passa anche attraverso il nostro linguaggio che, facci caso, continua a cambiare. In peggio. O, meglio, in maniera funzionale a interessi che vanno oltre anche i più lussuriosi sogni di un capitalista.
«Avete visto come tutte le grandi aziende tecnologiche stiano ormai puntando all’intelligenza artificiale in modo pervasivo, in modo di cui noi ce ne rendiamo nemmeno conto?» chiede Serena Mazzini. «Ci siamo svegliati una mattina e WhatsApp aveva la funzione intelligenza artificiale, Meta aveva la funzione intelligenza artificiale, le nostre ricerche su internet avevano la funzione ricerca artificiale, anche la nostra mail aveva, appunto, questo spazio predisposto. E pensate anche come sono cambiati i nomi degli strumenti. Quando ChatGpt è stata presentata a novembre 2023, era stata presentata come uno strumento: l’esempio che avevano fatto era di una ricerca scolastica su Cristoforo Colombo per poi controllare se lo studente ha scritto esatto. Nel frattempo, però, ChatGpt è cambiata. Sam Altman ha presentato ChatGpt4 con Her. Ha detto solo Her, come il film, come il nome del film di quell’uomo che si innamora appunto di un’intelligenza artificiale».

Da lì tutte le altre aziende tecnologiche hanno cambiato il nome. Quindi, «non più strumenti, ma il vostro copilota, il vostro compagno. Una totale privazione, una atomizzazione di ogni frontiera, appunto, sociale dell’uomo che al lavoro non ha più bisogno dei colleghi perché ha il copilota, al affettivo non ha più bisogno della compagnia degli altri perché ormai ha il “buddy”, il suo amico personale, ma anche degli “AI Companion: il fidanzato o la fidanzata creata con l’intelligenza artificiale».

